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2020

"Avvoltoi in volo"

Coronavirus e alberghiero: mostrare la propria città con gli alberghi chiusi non è un buon messaggio imprenditoriale. Il Belpaese però non ha paura. Il mercato dei viaggi si risveglierà. E si tornerà a parlare di come accogliere gli ospiti in hotel

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Nel cielo grigio che sovrasta l’epidemia, sopra le città turistiche, già si aggirano gli avvoltoi dell’investment capital. L’Italia settentrionale, dopo anni di tassi di occupazione camere da record, è spaventata. Diversi albergatori pensano solo a quando ricominciare la vendita di camere online, certi che, tra qualche settimana, tutto ripartirà come prima.

Altri, invece, meno dipendenti dalle OTA, cercano di fare il loro mestiere e curare la clientela fedele, quei repeaters, dei quali in molti casi si sono persi indirizzi e mail e di cui qualcuno dice persino che non esistano più. Le catene internazionali sono convinte del contrario e investono nei programmi fedeltà. L’industria dell’ospitalità italiana sta alla finestra preoccupata, mostrando segni di cedimento. Sono numerosi gli operatori che, invece, di restare in albergo con 5 o 10 clienti, hanno chiuso l’azienda e messo il personale in ferie forzate. Mostrare la propria città in stile via crucis con alberghi chiusi e spenti non è un buon messaggio imprenditoriale e se il valore dell’albergo si calcola dal reddito prodotto, quest’anno il valore rischia di decrescere. Il Belpaese però non ha paura, il mercato dei viaggi e delle vacanze si risveglierà, magari già a maggio, e il movimento fatalmente riprenderà perché il bisogno di stare fuori casa “meglio che a casa” dopo la segregazione di marzo esploderà. Gli under ’60 rappresenteranno la svolta come quella di fine anni ‘80 quando gli albergatori italiani correvano ai miei seminari per condividere idee semplici ma essenziali su come fare moderna ospitalità.

Coronavirus e alberghiero: come saranno i viaggiatori all’alba del nuovo anno

Gli albergatori che, allora, ammisero di non sapere, rinunciarono per un pomeriggio al loro patrimonio culturale, accettando l’idea che ci fossero dei loro colleghi che offrivano un’ospitalità che piaceva anche ai business travellers di cui pensavano di avere il monopolio. Oggi gli operatori che vediamo non hanno nulla da imparare. Chissà se i viaggiatori, all’alba del “nuovo anno”, scenderanno dalla camera pregustando un breakfast sorprendente o il solito buffet con il caffè in uscita dal distributore automatico? Ci sono alcune settimane per prepararsi perché questa epidemia non sia l’ultimo atto ma l’inizio di un’impresa che vedrà i clienti cambiati, trasformati in ospiti che, entrando in albergo, pretendono che sia tu, il patron, ad accoglierli e coccolarli. Perché in questo periodo di “quarantena” hanno visto film, trasmissioni e desiderato esperienze che pochi alberghi sono in grado di offrire. Il tempo c’è, sarà meglio riflettere e parlarne.

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